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Nel III millennio a.C., mentre fiorivano le grandi civiltà continentali dell'Egitto faraonico e della Mesopotamia, le isole e le coste circostanti il mare Egeo rappresentavano una regione periferica, percorsa da ignote popolazioni provenienti forse dall'Asia Minore.
Uno di questi movimenti migratori diede luogo nell'isola di Creta a una civiltà che si sarebbe presto imposta come potenza mercantile sul Mediterraneo. La civiltà cretese ci è nota quasi esclusivamente grazie agli scavi archeologici, che hanno riportato alla luce grandiosi palazzi in diverse località dell'isola (in particolare a Cnosso e a Festo) e molteplici testimonianze della vivace attività economica che determinò la diffusione dei manufatti cretesi (in particolare delle ceramiche) in molti dei principali porti del Mediterraneo. Gli storici greci, che pure si riconoscevano eredi dei Cretesi, ci hanno lasciato di questa civiltà soltanto una rappresentazione mitica, legata alla figura del sovrano Minosse (da cui essa è detta anche minoica); essi conservavano però il ricordo di quel lungo periodo, protrattosi dal 1900 al 1450 a.C. circa, durante il quale l'irradiarsi della civiltà minoica nel Mediterraneo assicurò a Creta un vero e proprio «dominio del mare» (talassocrazia) non solo economico ma anche politico.
La civiltà micenea
Si aprì allora un periodo, lungo oltre tre secoli (XII-IX), scarsamente documentato (ed è perciò chiamato "medioevo ellenico"), ma durante il quale si dovettero avviare i mutamenti politici e culturali che avrebbero dato luogo agli aspetti originali della civiltà greca.
I conflitti sociali, spesso assai aspri, furono risolti dall'azione di legislatori, come Licurgo a Sparta e Draconte ad Atene, grandi figure, rivestite di un alone mitico, alle quali la tradizione attribuisce le principali istituzioni politiche e militari. In altri casi invece le tensioni si radicalizzarono, sfociando nell'assunzione del potere da parte di un tiranno, di solito un esponente della nobiltà che si faceva interprete delle esigenze dei ceti inferiori.
Le guerre Greco-Persiane
Negli anni successivi alla vittoria sui persiani, Sparta, punto di riferimento per tutte le forze aristocratiche del mondo greco, vide la sua potenza ridimensionata all' interno del Peloponneso. Atene invece assunse un ruolo nuovo nel sistema dei rapporti fra le poleis: la funzione di coordinamento fra alleati, che essa aveva avuto durante la guerra, si trasformò nell'egemonia ateniese sulle altre città, che furono riunite in una lega e dirette secondo un disegno imperialistico, orientato non più a difendere la grecità dall'espansionismo persiano, ma ad abbattere la potenza di Sparta.
Questa politica, avviata da Temistocle, il vincitore di Salamina, fu continuata da Pericle, per oltre trent'anni capo del partito democratico ateniese: egli, superando l'opposizione degli aristocratici filospartani, attuò riforme radicalmente democratiche, introducendo, in particolare, la retribuzione per le cariche pubbliche, che divenivano così accessibili anche ai ceti meno abbienti, e assicurò ad Atene un periodo di straordinaria prosperità.
Lo scontro con Sparta divenne tuttavia inevitabile, e scoppiò in effetti nel 431, protraendosi per fasi successive fino al 404: la guerra, nota come peloponnesiaca, coinvolse nelle due contrapposte coalizioni gran parte del mondo greco, che ne uscì profondamente sconvolto. Nel primo anno del conflitto, su Atene si abbatté una gravissima epidemia di peste, nella quale morì anche Pericle, ma a volgere la città verso la definitiva sconfitta fu soprattutto la decisione, ispirata da Alcibiade, di portare la guerra anche in Sicilia, attaccando Siracusa, alleata di Sparta. La spedizione (415-413) ebbe un esito disastroso e gettò Atene in uno stato di estrema instabilità interna. Nel giro di pochi anni, Sparta, sostenuta anche dai finanziamenti del vecchio nemico persiano, ottenne la vittoria finale.
Ma col tramonto dell'egemonia ateniese, non finirono tuttavia le difficoltà per i greci: gli spartani si mostrarono incapaci di gestire come potenza dominante il composito mondo delle libere poleis, in perenne disaccordo le une con le altre e divise anche al loro interno fra gli oligarchici, favorevoli al nuovo assetto, e i democratici che, benché provati ovunque dalla guerra, non tardarono a riorganizzare una politica antispartana. Questa ebbe infine successo nel 371 a.C., quando l'esercito della città di Tebe, organizzato secondo tecniche innovative dal generale Epaminonda, sconfisse a Leuttra le forze spartane abbattendone definitivamente il predominio. Anche il periodo di egemonia tebana che si apriva allora risultò effimero e del tutto inadeguato ad arginare la progressiva disgregazione del mondo greco.