ALFONSO GATTO.

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Nato a Salerno il 17 luglio 1909 da Giuseppe e da Erminia Albirosa, da un’antica famiglia di piccoli armatori e marinai tra Reggio e Messina quella paterna, borbonica illuminata quella materna, di proprietari terrieri originari di Polla, dediti alle lettere e agli studi giuridici. Il padre è funzionario dell’amministrazione provinciale salernitana, la madre provvede alla numerosa famiglia ( otto tra fratelli e sorelle ), precocemente segnata dalla morte del piccolo Gerardo.

A Salerno il giovane Gatto è brillante studente del liceo " Torquato Tasso".

Nel 1926 si iscrive all’Università di Napoli, prima a Giurisprudenza, poi a Lettere, senza mai laurearsi. Subisce il fascino intellettuale dello zio scultore Saverio Gatto ed entra in rapporti con Edoardo Persico.

Si trasferisce a Milano ma prima di una sistemazione definitiva in città, sempre in modeste camere d’affitto, occorrerà aspettare il 1934. Nel frattempo collabora a " L’Italia Letteraria" e alla rivista genovese di poesia "Circoli", fondata e diretta da Adriano Grande. A Milano, dove prende dimora nel maggio del ’34 lo accolgono gli amici Zavattini, Tofanelli, Sinisgalli e il poeta Orazio Napoli: gli saranno compagni di discussioni e polemiche nei caffè cittadini, il notturno "Savini" e il pomeridiano "Le Tre Marie", dove erano frequentatori abituali.

Trova lavoro all ’ "Ambrosiano", quotidiano del pomeriggio.

Sposa nella chiesa di S. Agnese Jole turco: gli fanno da testimoni Arturo Tofanelli e Domenico Cantatore; festeggiano con Zavattini, Quasimodo e gli altri sulle panchine di piazza Piola. A Milano nasce la primogenita Marina, a Firenze, qualche anno più tardi, nascerà Paola.

Nel 1936 viene incarcerato a San Vittore per "cospirazione sovversiva": aveva ospitato l’amico Guglielmo Perice, tornato da Parigi con materiale di propaganda antifascista.

Trascorre sei mesi in carcere; all’uscita, schedato e sorvegliato, senza una lira, trova. Grazie all’intervento di Silvio Negro, un posto di correttore di bozze al "Corriere": sarà il suo lavoro fisso a Milano fino alla decisiva partenza per Firenze nell’autunno del 1937.

Scrive sulla rivista "Campo di Marte".

Chiusa questa esperienza intensificherà la sua presenza su un altro foglio di fronda all’interno del partito fascista come "Corrente" diretto a Milano da ErnestoTreccani.

Nel 1939 pubblica a Milano per i tipi della editrice Panorama la prima edizione di Poesie,

comprensiva di una selezione delle due precedenti raccolte e delle nuove liriche maturate nel clima fiorentino, dove acquista forte valenza per il tema memoriale. Con il libro, pare stampato in una notte, ottiene il premio Savini. Subito dopo entra nella redazione della rivista "Panorama" a Milano. Alla fine del 1940 Gatto ha in animo di stabilirsi a Firenze e tenta invano di farsi assumere a la "Nazione", di cui è già collaboratore, ma la sua posizione di antifascista gli è di ostacolo.

Viene nominato per chiara fama, professore di lettere d’italiano al Liceo Artistico di Bologna.

L’attività di critico d’arte è particolarmente feconda. Trasferitosi a Milano curerà il bollettino della Galleria l’Annunciata di Bruno Grossetti che, tra pittura e letteratura, ospita le firme di Pratolini, Giolli, Arcangeli e Veronesi. Proprio all ’Annunciata tiene, dal 20 aprile al 10 maggio 1943, la sua prima mostra di tempere ed acquerelli presentata da Virgilio Guidi.

Nello stesso anno partecipa alla mostra dei pittori- scrittori organizzata dalla Galleria "Il Cavallino di Venezia". Il ’43 si rivela un anno felice per l’attività creativa; oltre ad una nuova edizione di Poesie. Intorno al Natale del ’44 compone un libro di poesie per bambini che uscirà l’anno successivo da Bompiani col titolo "Il sigaro di fuoco".

Il dopoguerra è fervido di lavoro; domina accanto alla poesia l’attività giornalistica: dal 13 agosto al 5 dicembre del 1945 è direttore con Mario Bonfantini, del quotidiano "Milano- sera", fondato per trovare consensi dell’area di sinistra.

Vi scrive utilizzando anche lo pseudonimo Vale; dopo aver lasciato la direzione darà ugualmente pagine di critiche e racconti. Nella primavera del ’46 conosce la pittrice Graziana Pentich, triestina, venuta a Milano per lavorare nel campo giornalistico. Sarà la sua compagna per oltre vent’anni.

Tra la fine del ’46 e l’inizio del ’47 si trasferisce a Venezia, per lavorare, come redattore- capo al "Mattino del popolo". Nell’estate è a Torino nella redazione del "L’Unita", frequenta Italo Calvino e Raf Vallone. Per l’Unità segue il giro d’Italia nel ’47 e nel ’48 insieme a Pratolini.

Si sposta a Roma tra la fine del ’47 dirige il quindicinale "Pattuglia", il corriere dei giovani.

Per cronica mancanza di fondi, l’impresa, nonostante il molto impegno profuso, sembra destinata a naufragare: Gatto lascia la direzione dove viene sostituito da Gillo Pontecorvo.

Nel ’49 è ancora a Milano; nell’estate si trasferisce, con la sua compagna in attesa di un figlio, sul lago di Como presso l’albergo L’Orio di proprietà di amici. Lì nasce il figlio Leone.

A Carate Urio rimarrà, pendolare con Milano, fin verso il Natale del ’50, quando passerà ad abitare in una casa di via Corridori, di proprietà della Mondadori.

Maturano, in questi anni, e vanno a segno molti progetti creativi: pubblica nel ’47 le liriche della Resistenza Il capo sulla neve e, nel ’49, il romanzo eroicomico La coda di paglia..

Per dissensi sorti già alla fine degli anni ’40, si stacca dal Partito comunista da cui si dimetterà ufficialmente nell’aprile del ’51.

Entra nella redazione di "Epoca" dove dirigerà la rubrica "Italia Domanda" e compirà vari servizi giornalistici in giro per l ‘Italia. Il lavoro poetico resta costante, disseminato in una fitta serie di abbozzi, progetti, di carte manoscritte e dattiloscritte.

Come sempre alterna al lavoro di giornalista quello di critico d’arte. Nel ’55 un viaggio in Sardegna per "Epoca" diventa fonte d’ispirazione di alcune liriche. Dello stesso anno un servizio sui santuari del centro- sud gli dette alcune di argomento meridionale; dal viaggio a Pompei anche l’ispirazione della lirica Sera a Pompei.

Collabora con una certa frequenza alla "fiera letteraria", che nel dicembre del ’55 gli dedicherà un numero monografico. Nel’57 lascia "Epoca" e Milano, dove aveva vissuto per quasi sette anni e si trasferisce a Roma. Segue nell’estate il tour de France e ripeterà l’esperienza l’anno successivo.

Nell’autunno del ’61, a seguito degli impegni con la RAI-TV, si trasferisce a Roma con la famiglia.

L’anno successivo la dura prova della morte del piccolo Teodoro, secondo figlio suo e di Graziana Pentich. Il ’63 è ancora un anno editorialmente ricco poiché pubblica due grandi opere.

Per la Rai scrive una serie di "ballate" dedicate al primo anno del secolo e a personaggi come Ollio, della celebre coppia di comici americani; nel’68 comporrà testi per il cabaret letterario: Il solito ignoto. Nel ’64 matura un suo raffinato progetto di "Poesie Veneziane", un’idea che Gatto coltivava da anni. Dal luglio del ’74 è collaboratore sportivo del quotidiano milanese "Il Giornale", diretto da Indro Montanelli.

Muore in un incidente stradale nei pressi di Capalbio l’8 marzo del 1976. È sepolto a Salerno nel cimitero di Brignano. Il suo sepolcro di pietra reca incise le parole dell’amico Eugenio Montale:

"Ad Alfonso Gatto / per cui vita e poesie / furono un’unica testimonianza / d’amore".

 

Scheda a cura di Angelo Parisi - Liceo De Sanctis - V F - 1998

 

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